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Mai viste giornate così belle a dicembre in Salento? Non c’è niente di cui rallegrarsi.

Dicembre a Nardò

Questa è una splendida immagine del porticciolo di Santa Caterina di Nardò dello scorso 3 dicembre, presa in prestito dalla pagina degli amici di “Salento tra mare e cielo”. Se i primi sentimenti che inspira sono sicuramente quelli di incanto e stupore per una bellezza forse ancora più intensa rispetto a quella che si può ammirare nel periodo estivo, un po’ perché inaspettata, un po’ perché alleggerita dalla spesso ingombrante presenza del’uomo, repentino si insinua un dubbio: perché da qualche anno in qua giornate invernali come questa si ripetono con una frequenza del tutto inconsueta per il passato?

È forse colpa dell’avvento di Facebook che tutto amplifica nel bene e nel male?

Purtroppo la risposta è no, dati alla mano. Il riscaldamento c’è, ed è globale. Pensiamo che ad Aosta, dove in questi giorni hanno raggiunto i 15-20°C e per il momento la neve sela possono scordare.

I risvolti di questo nuovo assetto meteorologico per noi Salentini, invece, sembrerebbero esclusivamente positivi: a parte gli spettacoli naturali che ci possono dare le nostre marine, e lo splendore dei monumenti di Lecce e provincia baciati dal sole, abbiamo ancora la possibilità di vestrici leggeri, andare in motorino senza guanti ed accendere meno il riscaldamento.

Purtroppo però c’è l’altra faccia della medaglia anche per noi: in Salento, come In tutto il pianeta, fa talmente tanto più caldo che stiamo seriamente compromettendo le nostre già povere riserve d’acqua, e la desertificazione arriverà presto anche da noi, come già succede nelle aree circumdesertiche; ma, soprattutto, sono in drastico aumento le perturbazioni a carattere violento.

I due fenomeni, infatti, sono strettamente legati: quanta più energia (calore) c’è nell’aria, più aumenta il vapore d’acqua e di conseguenza aumenta la possibilità di sviluppo di perturbazioni di tipo tropicale, anche fuori dalle zone dove avvenivano un tempo (Tropici, appunto) e del tutto fuori stagione. All’aspetto folcloristico di cui sopra, fa perciò da contraltare la compromissione del benessere dell’uomo, più ancora che del pianeta. Quest’ultimo, infatti, ritroverà presto un suo nuovo equilibrio, con o senza l’uomo, come ha sempre fatto dalla sua formazione ad oggi.

A lunghi periodi di siccità, quindi, seguono pochi giorni in cui magari cade la stessa acqua che una volta cadeva in trenta giorni, con conseguenti danni a cose e persone. Inoltre, nell'arco di un mese la precipitazione è sufficientemente diffusa da infiltrarsi nel terreno ed andare a ricostruire le riserve d’acqua profonde (all’interno delle falde). In poche ore, invece, una grande massa di acqua meteorica non riesce ad infiltrarsi, rimane pressoché tutta in superficie, raggiunge in poco tempo il fiume, o il lago, o la fogna e poi il mare. Così, sene sottrae una parte consistente al suo ciclo naturale, che consentiva di ricostruirne le riserve.

Ed il fatto che da un giorno all’altro ci siano, e ci sarnno sempre più, escursioni termiche molto forti convincerà anche i più scettici: è proprio il clima che diventa estremo il segno del riscaldamento globale. Nella storia della Terra un cambiamento del genere non si è mai verificato in tempi così brevi e così generalizzato su tutto il pianeta. Altra cosa è dire: un tempo la Groenlandia era verde, oppure un tempo il Tamigi era ghiacciato… è vero, ma erano fenomeni locali. Oggi siamo coinvolti a livello planetario.

Durante il COP 21 che si è tenuto nei giorni scorsi abbiamo assistito alla battaglia tra i vari stati prtecipanti sui famigerati “2 gradi” di aumento medio di temperatura, ritenuto il limte oltre il quale le conseguenze sono ritenute incontrollabili od addirittura catastrofiche. L’epilogo è stato un nulla di fatto; ma, per evitare questi due gradi in più, è chiaro che non si potrà certo pensarci nel 2021; si deve iniziare già domani.

Purtroppo, finchè sarà lasciata la libera iniziativa ai singoli stati, nessuno di essi si prodigherà in investimenti in tal senso, temendo la perdita di concorrenzialità. Per questo è necessario un accordo a livello internazionale, vincolante e monitorato.

La cosa più urgente da fare sarebbe “decarbonizzare” il pianeta con tre semplici mosse:

  1. obbligare ed incentivare la costruzione di edifici ad energia quasi zero e l’efficientamento energetico del patrimonio edilizio esistente (come in Germania);
  2. incentivare la sostituizione del parco veicoli a combustibili fossili con mezzi elettrici (come in Francia);
  3.  convertire le centrali da combustibili fossili ad energia rinnovabile (solare fotovoltaica, solare termica, eolica, a biomasse, ecc). Ciò sembrava impossibile fino a qualche anno fa, ma già oggi in Italia, ad esempio, il 30% dell’energia elettrica è generata per via rinnovabile con alcuni giorni del 2015 in cui abbiamo raggiunto picchi del 90-100%ì;
  4. trovare il modo di “convincere” i paesi in via di sviluppo a non replicare quanto fatto in passato da quelli sviluppati, incentivandoli ad abbandonare le fonti fossili.

In Italia, a Brindisi in particolare, possiamo sin da subito prendere ad esempio l’Inghilterra: uscirà dal carbone nei prossimi 5 anni, pur essendo stato il Paese in cui ha preso il via la Prima Rivoluzione industriale fondata proprio sul carbone. Ci hanno messo due secoli e mezzo, ma, come dire, meglio tardi che mai!

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